Langhe, Monferrato e Roero nell'Unesco

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Langhe, Monferrato e Roero nell'Unesco

Le colline piemontesi del vino entrano nella lista World Heritage. Scelte assieme alle strade degli Incas e alla Via della Seta. Italia a quota 50, sempre leader mondiale. Ma la Cina è lì

"Un riconoscimento - ha commentato il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina -  fondamentale per affermare il valore culturale della nostra agricoltura. È la prima volta, infatti, che l'Unesco riconosce un paesaggio vitivinicolo italiano quale bene unico al mondo, patrimonio dell'umanità per la sua eccezionalità rurale e culturale. Un risultato prezioso per il made in Italy perché rafforza il posizionamento a livello mondiale di alcune delle produzioni vitivinicole più pregiate e apprezzate del nostro Paese". "Al tempo stesso - ha aggiunto il ministro - l'Unesco ha riconosciuto, con l'iscrizione delle Langhe-Roero e Monferrato nella sua lista di eccellenza, l'essenzialità dell'agricoltura e degli agricoltori quali sentinelle nella conservazione del paesaggio.

Secondo il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, il merito del riconoscimento "va a tutto il territorio che ha saputo costruire e mantenere nel tempo un paesaggio culturale, legato al mondo del vino, eccezionale e unico nel suo valore ed espressione della altissima qualità della produzione vitivinicola della nostra regione". Si tratta, secondo Chiamparino, di "un tassello fondamentale della strategia turistica complessiva dalle amministrazioni che si sono succedute alla guida della Regione Piemonte - e tuttavia di "un punto di partenza e non di arrivo, perchè da questo momento in avanti che bisognerà lavorare per sfruttarne al meglio, con progetti e idee innovative, il ritorno".

Per parte propria, Dario Franceschini, ministro dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo, tiene a sottolineare come questo riconoscimento sia "motivo di speciale orgoglio per il Mibact, data l'estrema selettività con cui da qualche anno l'Unesco valuta le proposte per nuovi siti". Si tratta, secondo il ministro, di "un esempio eccezionale di un paesaggio culturale inteso come prodotto della secolare interazione tra uomo e natura, plasmato dalla continuità di una tradizione antica di produzione vinicola di eccellenza mondiale". Un riconoscimento "ancora più prezioso per l'Italia che conta adesso 50 siti Patrimonio dell'umanità sul proprio territorio, tesoro su cui dobbiamo concentrare la nostra massima attenzione di governo".

Le altre novità dal mondo. Le colline del Basso Piemonte erano l'unica candidatura italiana del 2014, in una seduta che ha visto passare, tra gli altri, il Qhapaq Nan, ovvero la grande strada degli Inca, tra Argentia, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e naturalmente Perù, nel maestoso scenario andino; il Grand Canal in Cina, il magnifico Pozzo della Regina a Patan, Gujarat, India, le strade della seta dell'Asia centro-orientale tra Cina, Kyrgystan e Kazakhstan, il Grand Canal cinese. Ci sono poi alcuni siti nell'area più "calda" del pianeta: la splendida città fortificata di Erbil, in Iraq, che si trova ad appena 70 km dal fronte della battaglia in corso, e la "Terra delle olive e dei vini" a Baltir, Gerusalemme Sud, ma in Palestina, e la "città sotto la città", le grotte di Maresha e Bet Guvrin, in Israele. La Cina, con due nuove iscrizioni, riduce il divario con il Belpaese, ora è a meno 3, con 47 siti. L'altro Paese che si segnala per il doppio "goal" è la Turchia, che fa entrare Pergamo e le città di Burza e Cumalizik, le "madri" dell'Impero Ottomano. C'è poi una prima volta assoluta, quella del Myanmar, con i resti delle antiche città Pyu. Ancora, la fabbrica della seta di Tomioka, in Giappone, e quella olandese di Van Nelle, esempio di architettura industriale dell'inizio del ventesimo secolo.

Tra gli altri siti (ne sono stati accettati 20 in tutto, la lista ora ne annovera in totale 1001), spicca quello cui è toccato - chissà se per pura coincidenza - l'onore della millesima iscrizione. E' il favoloso Delta dell'Okavango (naturalmente scelto per "meriti" naturali), in Botswana. Il fiume che muore nel Kalahari, dopo 2mila chilometri di tragitto Nord-Sud dall'Africa Centrale, dando luogo a inondazioni stagionali che in un ambiente circostante desertico altro non sono che un incredibile ecosistema, il paradiso degli amanti dei safari africani.

L'Italia, con 50 su 2001, mantiene la sua ormai consolidata quota, il 5 per cento sul totale.

(La Repubblica.it del 22 giugno 2014)

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